
Alle nove e mezza di sera, dietro la collina, resiste ancora uno spiraglio di crepuscolo. È per questo che amo giugno più di ogni altro mese: per queste sere che non hanno nessuna fretta di finire. Risaliamo verso il casale dopo la pizza in paese, l’aria ancora tiepida di terra e di fieno, e la settimana appena passata, i cinquant’anni di Francesco, gli amici, le cene una dietro l’altra, è già scivolata indietro di qualche tornante. Domani si scende in moto in Val d’Orcia, ma stasera non c’è nessuna voglia di pensarci.
In breve
Venerdì — l’avvicinamento
Partiamo da Pisa verso le quattro, appena chiuso il computer. Niente strade veloci: imbocchiamo le provinciali che da Vicarello e Ponsacco si infilano nella SS439, e lasciamo che siano le colline intorno a Volterra a dettare il ritmo — curve larghe che invitano a piegare senza chiedere troppo, il tipo di strada che fa scendere le spalle un centimetro alla volta. Sono solo settantasei chilometri, ed è una scelta precisa: vogliamo arrivare al Palagetto col pomeriggio ancora alto, non a luci spente.
Il resto della sera lo decide il posto. Il sole cala dietro la collina, la piscina aspetta lì accanto, e la settimana — intensa, festosa, piena di gente — si scioglie un grado alla volta nell’acqua e nel silenzio. Per cena ci spostiamo in paese, all’Ultimo Spicchio: pizza al taglio, senza cerimonie. È al ritorno che giugno si prende la scena, con quello spiraglio di luce che resiste oltre le nove e mezza, come se nessuno avesse voglia di spegnerlo.
LA BASE
Il Palagetto, Pomarance. Casale tranquillo con piscina; colazione a buffet alla Dispensa (10 € a testa, su prenotazione).

Sabato — in moto in Val d’Orcia
Il sabato comincia prima della moto. Ci svegliamo presto e ci alleniamo nello spazio aperto del Palagetto, ciascuno per conto suo — io a corpo libero con Juice & Toya, Francesco sulle sequenze di LeoMoves — e intorno solo il silenzio del mattino, che da queste parti ha una consistenza tutta sua. È il nostro modo di entrare nella giornata: la lentezza, qui, comincia col respiro.
Poi la colazione alla Dispensa, prenotata insieme alla stanza: dieci euro a testa per un buffet senza fondo, dolce e salato, in un spazio all’aperto che da solo varrebbe la sveglia presto. Alle dieci siamo in sella.
Si scende verso la Val d’Orcia — quella vera, da cartolina — lungo le provinciali che si srotolano nella Maremma senese: la 541, la Traversa Maremmana, giù fino alla SS2. Curve lunghe e respiro largo, di quelle che si prendono col sorriso. I tornanti veri, quelli che mi mettono alla prova, la giornata me li tiene in serbo per dopo.
A una trentina di chilometri da San Quirico ci fermiamo per un caffè all’Hotel Murlo, e dietro al bancone troviamo la titolare, motociclista anche lei: ci racconta le sue avventure come ci si racconta tra chi si riconosce, e ripartiamo con quel piccolo regalo addosso.
A San Quirico camminiamo dentro gli Horti Leonini, e poi succede la cosa migliore della giornata: il programma diceva pranzo a Pienza, ma il borgo è invaso dalla festa medievale del Quartiere di Canneti — Il Bianco e l’Azzurro — e all’ombra delle mura duecentesche, tra tamburi, sbandieratori e arcieri, l’idea di una Pienza gremita perde ogni fascino. Mangiamo lì, alla festa: trentasette euro in due, sapori d’altri secoli e nessuna calca. A volte il programma migliore è quello che salta.

A Pienza ci arriviamo lo stesso, ma nel modo giusto: moto fuori dalle mura, centro a piedi. Ed è qui che la giornata ci presenta il conto della distrazione: abbiamo dimenticato i lucchetti dei caschi, così ci tocca attraversare il borgo più elegante della Toscana con tutta l’attrezzatura addosso, sotto il sole di giugno, come due tartarughe in tenuta da viaggio. Foto di rito sul muraglione, dal vicolo del Bacio, con la Val d’Orcia che si spalanca sotto e ripaga ogni goccia di sudore.

Ultima tappa Bagno Vignoni, dove la piazza non è una piazza ma una grande vasca d’acqua termale che fuma in mezzo al paese — ma di lei vi racconterò per bene nelle Storie. Scopriamo anche le vasche a valle, e ci ripromettiamo di tornare a cercarle con calma: certi posti chiedono un secondo appuntamento.
Poi la strada del rientro, lunga e obbligata. È nel tratto intorno a Castiglione d’Orcia che arrivano i tornanti veri, ed è qui che devo essere onesta: sono ancora la cosa che mi mette più in agitazione, quella che mi stringe lo stomaco prima ancora di vederla arrivare. Li affronto uno alla volta, lo sguardo dove voglio andare e non dove ho paura di finire — con le gambe già stanche della giornata, che non aiutano — e a ogni curva che si chiude e si riapre mi concedo un piccolo respiro di vittoria. Francesco davanti, io dietro al mio ritmo: nessuno ha fretta, ed è esattamente questo che me li rende affrontabili.
Poi il lungo raccordo verso casa, il tratto più brutto e stancante dell’intera giornata: il prezzo da pagare per chi ha voluto spremere ogni ora di luce. Rientriamo al Palagetto verso le sette e mezza invece delle sei previste, ma quei chilometri in più erano esattamente il punto. La sera, di nuovo in paese: street food alla festa GeoTravel, e poi un sonno da coma profondo.
IL CONSIGLIO
I tornanti a fine giornata, da stanca, sono i più ostici: se ti mettono in agitazione come a me, affrontali uno alla volta e guarda dove vuoi andare, non dove temi di finire.
Domenica — il rientro lento
La domenica si apre come il sabato, col corpo prima della moto — ma in versione morbida: niente sequenze, solo un po’ di tai chi, gesti lenti che allungano e sciolgono quello che i tornanti del giorno prima hanno lasciato nelle spalle. Alla Dispensa, di nuovo, condividiamo la colazione con un gruppo di austriaci ospiti del Palagetto, arrivati in Italia anch’essi in moto.
Alle dieci lasciamo l’agriturismo con una sola regola: non rifare la strada dell’andata. Abbiamo l’intera giornata e Pisa non è lontana — e il lusso più grande è proprio questo, poter scegliere la via lunga per il gusto di non conoscerla.
Imbocchiamo la SS68 lungo la Val di Cecina, poi ci infiliamo nelle provinciali verso l’interno: Ponteginori, la deviazione per Miemo, su fino a Lari. Ed è proprio nei tornanti stretti di Miemo che la paura torna a trovarmi — ma oggi è una giornata diversa, ho tutto il tempo davanti, e li sciolgo uno a uno con un po’ più di calma del giorno prima. Strade minori, di quelle che non porterebbero da nessuna parte se la destinazione fosse il punto. Ma oggi il punto è la strada.
A Boschi di Lari ci fermiamo a pranzo all’Osteria Bacco Perbacco, un posto che avevamo scovato per caso un sabato d’inverno, mentre andavamo a caccia di casali tra le colline. Lo gestisce Irene, che cucina come si cucina per qualcuno a cui si vuole bene: il modo giusto di chiudere un weekend così, con una tavola che è già quasi casa. Poi gli ultimi chilometri, via Cenaia e Vicarello, quelli che sappiamo a memoria — il rientro vero, quando la moto conosce la strada da sola e tu pensi già al prossimo venerdì.

Il conto della lentezza
Settantasei chilometri il venerdì, per non arrivare a luci spente. Una festa medievale al posto di una Pienza affollata. Una via di casa più lunga, scelta apposta. Il conto, a fine weekend, è sempre lo stesso: meno chilometri inseguiti, più cose viste davvero.
Soste di pietra — San Francesco, Pienza

È l’edificio più antico di Pienza, di origine duecentesca, costruito dai Frati Minori, e ha le linee essenziali delle chiese francescane: facciata a capanna improntata all’austerità mendicante — solo il portale si concede una nota decorativa — e interno a navata unica con la scarsella voltata a crociera. Dentro restano importanti affreschi del Trecento, soprattutto nel presbiterio, tra cui le Stimmate di san Francesco, opera dei senesi Cristoforo di Bindoccio e Meo di Pero.
Quello che mi colpisce è proprio quell’austerità apparente. Perché basta fermarsi un attimo a immaginarla com’era davvero — le pareti interamente affrescate, il colore dappertutto — e viene la pelle d’oca al pensiero di che bellezza imponente dovesse avere, tutta racchiusa in una forma così semplice.
E qui c’è il bello, se la metti accanto al Duomo. San Francesco è ciò che resta della Corsignano medievale, il borgo che Pienza era prima di diventare Pienza: l’edificio più antico, sopravvissuto a tutto. Il Duomo — la Cattedrale di Santa Maria Assunta — è invece il sogno opposto: lo fece costruire papa Pio II tra il 1459 e il 1462, affidandolo a Bernardo Rossellino, per trasformare il suo borgo natale nella «città ideale» del Rinascimento (ed è da lui che Corsignano prese il nome di Pienza). Il bello è che sono austeri tutti e due, ma per ragioni opposte: San Francesco per povertà francescana, il Duomo per scelta, perché Pio II volle proprio che non ci fossero eccessi.
Oggi il Duomo è il cuore scenografico su cui si affaccia tutta Piazza Pio II, quello che tutti fotografano; la Chiesa di San Francesco se ne sta più in disparte, più antica e più quieta, di quelle davanti a cui si passa senza accorgersene. Ed è esattamente per questo che vale la pena fermarsi.

— Kiki & Francesco, più le due Royal
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