Sulla porta della fonderia c’era una locandina. Parlava della campanella del motociclista, e io ne ho letto appena il titolo: la visita delle undici stava per cominciare e il gruppo si muoveva già. Sono passata in cassa, ho chiesto se ne avessero ancora, ho promesso che sarei tornata dopo. Poi sono entrata.
Tutto quello che mi serviva sapere era scritto lì, sulla porta. Ma io, come al solito, ci ho messo un’ora di visita e una figuraccia per arrivarci.

A casa, da turista
Io sono di Termoli. Il Molise è casa mia, ma la mia casa è al mare: l’alto Molise è praticamente un’altra regione negli stessi confini, e ad Agnone c’ero stata una volta sola, in gita alle elementari. Di quella gita ricordo due cose. I cappellini colorati che avevamo tutti in testa, perché la maestra potesse riconoscerci in mezzo agli altri. E lo stanzone della colata: buio, grande, rumoroso.
Ci sono tornata d’estate, trent’anni dopo, in macchina. Eravamo in quattro, con mia cugina Valeria e suo marito Riccardo, e le due Royal sono rimaste a Pisa. Francesco alla fonderia Marinelli non c’era mai stato, e io ci entravo da molisana con la preparazione di una turista qualsiasi.

La fonderia fa campane da otto secoli, di padre in figlio, e oggi ci lavora la ventisettesima generazione. Ad Agnone le famiglie di fonditori erano molte, ed è l’unica rimasta. Si presenta come la più antica azienda artigiana a conduzione familiare del mondo. La tradizione la fa risalire all’anno Mille, ma il primo nome con una data è quello di Nicodemo Marinelli, campanarus, che nel 1339 fonde e firma una campana di due quintali per una chiesa del Frusinate.
Le campane si fanno ancora a mano, una per volta, e la visita te lo mostra da vicino. Nel museo, fra le campane antiche esposte, c’era anche un manifesto con la Torre di Pisa: la campana “Dal Pozzo” del Duomo, fusa nel 1606 e rifusa dai Marinelli nel 2004. Te ne vai da Pisa, e la torre ti aspetta in mezzo alle campane.


La campanella del motociclista e quei dieci minuti di fila
Finita la visita mi sono messa in fila al negozio. Dieci minuti buoni, con un obiettivo solo. Quando è toccato a me ho chiesto la campanella per la mia Hunter, e già che c’ero mi sono assicurata che Francesco, accanto a me, ne prendesse una per sé. Organizzata, precisa, pronta.
La signora dietro al bancone ci ha guardati, ha capito che eravamo insieme e si è fermata. «Lo sapete che va regalata, vero?». No, non lo sapevo. Non sapevo nemmeno che dietro ci fosse una storia. Lo sguardo che ho ricevuto non lo auguro a nessuno, e io sono diventata rossa come a scuola.
Sul marciapiede, con il telefono in mano
Sono uscita e ho fatto quello che faccio sempre: mi sono buttata su internet alla ricerca della verità. La storia, per come gira, è questa. Sulle strade vivono dei folletti dispettosi che si attaccano alle moto e combinano guai: un guasto, una buca, una caduta. La campanella si appende in basso, vicino all’asfalto, e il suo tintinnio li tormenta finché mollano la presa. Funziona meglio, o funziona soltanto, se te l’ha regalata qualcuno: su questo le versioni non sono d’accordo fra loro.
Non sono d’accordo quasi su niente, a dire il vero. Arrivano per lo più dagli Stati Uniti, ognuna con un inizio diverso, e nessuna ha una fonte che regga. È una leggenda, e le leggende non hanno l’atto di nascita.



A quel punto la soluzione era lì davanti. Io ho dato la mia campanella a Francesco, Francesco ha dato la sua a me. Sul marciapiede, davanti alla porta. La locandina era ancora lì, all’ingresso, dove l’avevo ignorata.
Il folletto che conoscevo già
Mesi dopo ho cominciato a scrivere questa storia, e solo allora ho fatto caso alle parole. “Folletti dispettosi”. Sul telefono le avevo lette senza pensarci, ma un folletto dispettoso io lo conosco da una vita, e ha un nome preciso: a Termoli si chiama Mazzemarill.
L’ho sentito nominare la prima volta verso i quindici anni, all’epoca delle prime uscite in comitiva. Il pomeriggio si trascorreva a scorrazzare nel Paese Vecchio, fra i vicoli e gli scorci sul mare, e ogni tanto qualcuno tirava fuori questa storia. A pezzi, sempre un po’ diversa, mai uguale a se stessa. Non ricordo chi la raccontava: mi è rimasto il tono, quello di un racconto da marinaio.
Ricordi vaghi, lo dico subito. Il punto, però, è un altro: sono dovuta finire in una fonderia del mio Molise a farmi spiegare, come una novità arrivata dall’America, una storia che a casa mia esiste da sempre. E non me n’ero nemmeno accorta.
Allora ho fatto la seconda cosa che faccio sempre: ho comprato un libro, “Il principe serpente. Fiabe popolari del Molise” di Enzo Terzano, scrittore di Guglionesi che ai Mazzemarille ha dedicato una pubblicazione. Peccato che non fosse quello giusto. Nel libro che ho comprato ho trovato cinque fiabe e del Mazzemarill nemmeno l’ombra. Organizzata, precisa, pronta, proprio come ad Agnone.
Alla fine ho fatto quello che avrei dovuto fare sin dall’inizio: ho chiesto a mio zio. Oscar De Lena è il presidente dell’Archeoclub d’Italia di Termoli, e i Mazzemarille li racconta ai turisti quando li porta a spasso per il Paese Vecchio.
Nelle carte del suo archivio sono spiritelli che di notte entrano nelle stalle e intrecciano la criniera dei cavalli in lunghe treccioline. Portano un cappellino rosso, u scazzettille, e un randello nodoso per chi prova ad acchiapparli. Il cappellino vale moltissimo: chi riesce a strapparglielo può chiedere qualsiasi cosa in cambio. Ma è difficile, perché saltano sui letti e legano chi dorme con lacci invisibili1.
E hanno pure un indirizzo. Nel Paese Vecchio, fra Piazza Duomo e via Federico II di Svevia, c’è un vicoletto che i termolesi chiamano proprio “il vicolo dei Mazzemarille“. Un tempo ci stavano le stalle dei pescatori, che d’inverno, quando non si poteva uscire in mare, andavano con i cavalli a curare l’orto e la vigna. Quando di notte dalle stalle arrivavano rumori strani, si sapeva di chi era la colpa.
Non so se le storie che sentivo da ragazzina partissero da quel vicolo. Ma mi piace pensare di sì. A tutti, dicono gli anziani, è capitato almeno una volta di svegliarsi senza riuscire a muoversi né a gridare, e di sentire in quel momento voci di bambini e campanellini tintinnare nella stanza.
Campanellini. A Termoli annunciano il folletto. Appesi a una moto, lo mandano via.
Si torna, e stavolta in moto
Le campanelle di Agnone adesso sono al loro posto, una sulla Hunter e una sulla Classic.


In Molise ci torniamo con loro. L’idea è scendere da Pisa senza mai prendere l’autostrada, attraverso l’Umbria e l’Abruzzo, e arrivare a casa dalla strada più lunga. Per ora è un’idea, con una cartina aperta sul tavolo.
Se i folletti ci sono, avranno parecchia strada per provarci.
PER ANDARCI DAVVERO
La fonderia Marinelli è ad Agnone, in provincia di Isernia, alto Molise. Si visita solo con la guida, a orari fissi che cambiano con la stagione: conviene controllarli prima di partire. La visita dura circa un’ora e comprende il museo e il laboratorio. La campanella del motociclista si trova al negozio, all’uscita. Portatevi qualcuno a cui regalarla.
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1: Le notizie sui Mazzemarille vengono dall’archivio storico di Oscar De Lena, presidente dell’Archeoclub d’Italia, sede di Termoli.
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