Il primo weekend in moto

Il mio primo weekend in moto non doveva essere mio. Quel viaggio l’avevo organizzato per loro. Monteriggioni, San Gimignano, Siena, San Quirico: un lavoro fatto con il gusto di chi prepara una cosa per persone a cui vuole bene, sapendo benissimo che poi sarebbero partiti senza di me. Poi, la sera del loro arrivo, in una pizzeria di Pisa, è arrivata la domanda che ha cambiato tutto. E il sabato dopo eravamo due persone con lo zaino in spalla, un percorso da decidere strada facendo e un appuntamento a pranzo. In sella alla mia moto, non su quella di Francesco.

Era il settembre dell’anno scorso. Ci ho messo dodici mesi a raccontarlo, che è la cosa più lenta che abbia fatto da quando vado in moto. Il pretesto era un anniversario, e non era il nostro.

In breve

Londra, 2003

Con Lorilyn ci siamo conosciute in uno studentato di Londra. Io ero lì per l’Erasmus, un anno; lei aveva lasciato gli Stati Uniti e si era iscritta a un master per una ragione che con lo studio c’entrava poco: voleva stare più vicina a Robert. Si erano conosciuti un paio di anni prima alla facoltà di legge, dove lui era arrivato dalla Germania come studente internazionale. Ottomila chilometri erano troppi. Milleduecento le sembravano gestibili.

Abbiamo condiviso l’appartamento per un anno. È stato amore a prima vista, del tipo che capita fra amiche e che non si spiega bene a nessuno.

Di tutte le cose che mi sono portata via da quei mesi, che sono stati i più intensi di tutte le mie esperienze all’estero, l’amicizia con Lori e Robert è quella che è durata di più. Nel 2005 si sono sposati nello stato di New York, e io ero lì, scelta insieme ad altri amici della coppia come secondary sponsor. Un matrimonio bellissimo, in un paese che non era il mio, per due persone che si erano trovate attraversando un oceano.

Vent’anni dopo, a giugno, mi arriva un messaggio WhatsApp: veniamo in Italia per il nostro anniversario, ci vediamo?

La domanda in pizzeria

All’inizio l’idea era Milano e il lago di Como. Solo che a Milano io non ci vivo più, e quando gliel’ho detto hanno spostato tutto il viaggio: Toscana, perché la Toscana è dove sto adesso. Vent’anni di matrimonio, un viaggio in Europa da organizzare, e la meta scelta in base a dove abita un’amica. Ci ho messo un po’ a capire quanto fosse grossa quella cosa.

Da lì in poi il giro l’ho preparato io, che è quello che faccio sempre quando qualcuno che amo viene qui; un po’ più Italian style di quello che avrebbero trovato da soli. Bellezza e vino, che è una passione che abbiamo tutti e quattro. Era il loro viaggio. L’avevo scritto per loro e mi andava benissimo così.

Sono arrivati il 3 settembre, il giorno esatto del loro anniversario, e la sera l’abbiamo passata in una pizzeria di Pisa. Ed è lì che Lori fa la domanda: ma perché un pezzo di viaggio non lo fate con noi? La Toscana ai primi di settembre è ancora piena. Le strade fra Siena e la Val d’Orcia in quei giorni sono una fila di auto a noleggio, e noi lo sapevamo. Io e Francesco ci siamo guardati e ci siamo detti la stessa cosa nello stesso momento: partiamo in moto.

Il fatto è che quella frase, l’anno prima, non ero riuscita a dirla. Ci avevamo provato: stesso tipo di weekend, stessa idea di andare via due giorni. E all’ultimo minuto avevo lasciato la Hunter in garage ed ero salita dietro a Francesco. Non me l’ero sentita. Non c’era stato nessun episodio, nessuna paura precisa da raccontare, solo quella sensazione lì, di non essere ancora pronta.

Quella sera in pizzeria non l’ho pensato. L’ho pensato dopo, il sabato mattina, con lo zaino in spalla e in sella alla mia moto invece che dietro a quella di qualcun altro.

Il primo weekend in moto comincia attraversando i paesi

Sabato 6 settembre 2025. Siamo partiti con calma, che era già una scelta. Nessuna sveglia all’alba, nessuna tabella di marcia, due soli appuntamenti in tutta la giornata: pranzo a San Gimignano con Lori e Robert, e la sera tutti insieme al Villaggio della Birra di Rapolano Terme.

Siamo usciti da Pisa dalla parte dei paesi, non dalla superstrada. È una scelta che costa una mezz’ora in più ma ti ripaga subito: si attraversa la piana, si passa dentro i piccoli centri invece che accanto. A metà strada ci siamo fermati a Ghizzano, che non era in programma. Era un consiglio di un amico motociclista di Francesco: passateci, per via delle case colorate. Ci siamo andati.

Ghizzano è una frazione di Peccioli, trecentocinquanta abitanti, e la strada che l’attraversa è un’opera d’arte. Si chiama Via di Mezzo, e l’ha dipinta nel 2019 l’artista inglese David Tremlett, che aveva scelto proprio quella perché era la via più anonima del paese, in mezzo a un paesaggio che anonimo non è. I colori non sono una decorazione: verde da un lato, marrone dall’altro, presi dalle colline intorno per portare la campagna dentro la strada. Attorno a ogni porta e a ogni finestra corrono brevi linee verticali e orizzontali. E accanto alle opere ci sono le didascalie, come in un museo, anche in inglese.

Tremlett non è l’unico ad averci lavorato: nello stesso anno a Ghizzano sono arrivate le opere permanenti di Alicja Kwade e di Patrick Tuttofuoco, che per il borgo ha realizzato tre lavori dal titolo unico Elevatio corpus. Ci saremmo dovuti fermare cinque minuti. Ne abbiamo passati venti.

Poi siamo risaliti in sella e abbiamo ripreso la strada, con addosso quel po’ di ritardo che in una giornata senza tabella di marcia non è un ritardo. Da casa a San Gimignano sono settantanove chilometri, e a un certo punto le torri spuntano dritte sopra la strada.

San Gimignano, il ristorante chiamato al volo

C’eravamo stati il sabato precedente, per conto nostro, e avevamo mangiato al Dulcisinfundo, sul belvedere, lontano dal casino della piazza, pochissimi coperti, nessuna fretta di farti alzare, piatti anche vegetariani e abbinamenti che ti fanno stare zitto per qualche secondo. Li avevo chiamati la sera prima, sperando in un buco. Sapevo che a Lori e Robert quel posto sarebbe piaciuto, e mi sembravano le persone giuste a cui far vedere una cosa così.

Ci siamo arrivati noi in moto e loro in auto, e per un paio d’ore siamo stati quattro amici seduti a un tavolo, con la città più fotografata della Toscana che faceva il suo mestiere duecento metri più in là senza disturbarci. Su San Gimignano si dicono sempre le stesse due cose: che è bellissima e che è piena di gente. Sono vere entrambe.

Nei borghi che stanno su tutte le guide turistiche, il pranzo è il momento in cui si decide se la giornata sarà bella o solo fotografata. Allontanatevi dalla piazza principale e cercate i posti piccoli affacciati sulle mura o sul belvedere: hanno pochi coperti, quindi bisogna chiamare, ma di solito basta telefonare la sera prima e un tavolo si trova quasi sempre.

Un’accortezza in più se ci arrivate in moto e in auto: dentro le mura non si entra, quindi mettete in conto il parcheggio fuori e dieci minuti a piedi. Tutto tempo che vi risparmia mezz’ora di giri a vuoto.

La mia prima caduta è stata da ferma

Dopo pranzo siamo ripartiti verso Montepulciano, dove avevamo prenotato una camera all’ultimo momento. Eravamo quasi arrivati. Abbiamo sbagliato strada e siamo finiti in un parcheggio di cui non ricordo nemmeno il nome, di quelli in cui devi fare manovra e ti accorgi troppo tardi che il fondo non è come sembrava.

Sono caduta. Da ferma.

Niente di rotto, né io né la moto. Solo una risata lunga cinque minuti e la certezza che la prima caduta della mia vita da motociclista sarebbe stata quella lì, a velocità zero, a pochi chilometri dall’arrivo, davanti a Francesco che cercava di non ridere e non ci riusciva.

Le moto lasciate a San Quirico

L’Hotel Sangallo, a Montepulciano, ha un arredamento fermo da qualche decennio: di quei posti in cui entri e capisci subito che nessuno ha mai sentito il bisogno di cambiare niente. Per quello che ci serviva però, un letto, una doccia e un posto dove lasciare le moto, andava benissimo così.

Lori e Robert dormivano a San Quirico. Li abbiamo raggiunti in moto, abbiamo lasciato lì le Royal e siamo saliti sulla loro auto a noleggio per arrivare a Rapolano Terme, al Villaggio della Birra. Vent’anni di matrimonio non si festeggiano quasi mai nel modo in cui uno se li era immaginati: i loro sono finiti in una festa di paese, in mezzo a gente che non aveva idea di chi fossero, con il rumore e la birra.

Hotel Sangallo, Montepulciano. Prenotato all’ultimo momento, arredamento fermo agli anni Settanta, e per quello che ci serviva andava benissimo. Se cercate il posto con la piscina e la vista, non è questo. Se vi serve una base trovata il giorno prima, sì.

Lori e Robert erano a San Quirico d’Orcia, che come punto d’appoggio per la Val d’Orcia funziona meglio di Siena: si dorme in un paese vero e la mattina si è già dentro il paesaggio.

Domenica: due strade diverse

La mattina dopo ci siamo salutati e siamo andati da parti opposte. Loro verso una cantina della Val d’Orcia, a cercare qualcosa da assaggiare e da portarsi a casa. Noi verso ovest.

La domenica non avevamo appuntamenti. Nessun tavolo prenotato, nessuno da raggiungere a un’ora precisa, nessun punto fermo se non l’ora di cena a casa. Per la prima volta in due giorni l’unica cosa da fare era seguire la strada, e l’abbiamo fatto senza un vero piano: siamo scesi verso la Maremma per la SP 14, poi il Cipressino, la SP 64, che nella mia memoria è soprattutto un rettilineo lunghissimo, e la SP 48 verso Ribolla. Provinciali lunghe e vuote, il tipo di strada che non ti fa venire voglia di fermarti perché fermarsi sarebbe interromperla.

Della strada in sé, a un anno di distanza, non mi è rimasto granché: era facile, e le strade facili si dimenticano. Mi sono rimasti i colori, che ai primi di settembre si attenuano, la campagna perde il giallo dell’estate e cala di un tono, come se qualcuno avesse abbassato il contrasto, e l’aria, che a quel punto dell’anno smette di essere una cosa da sopportare.

Abbiamo pranzato a Bolgheri e siamo rientrati sulla SR 206, che è una strada che conosco a memoria e che quel giorno mi è sembrata diversa. Non lo era. Ero io ad arrivarci in un altro modo.

Lori e Robert sono ripartiti il lunedì mattina, con gli occhi pieni di Toscana. Io sono rimasta con l’idea che ci si rivede presto, possibilmente dall’altra parte dell’oceano.

Le Royal in pausa pranzo durante il rientro verso casa
Le Royal in pausa pranzo

Il conto della lentezza

Quattrocentotrentuno chilometri in due giorni, che per un weekend in moto non sono un’impresa. Due zaini in spalla. Una caduta da ferma. Un pranzo con due persone che conosco da oltre vent’anni e che vedo ogni volta che posso, attraversando l’oceano se la vita lo permette.

Ero partita convinta che quel viaggio fosse il loro. E in effetti lo era: la meta l’avevano scelta loro, l’itinerario l’avevo scritto per loro, e il giorno che contava era il loro anniversario, non il mio. Poi una domanda fatta davanti a una pizza ha spostato tutto di due sellini, e il weekend che ne è uscito è finito per essere il primo davvero mio.

E una consapevolezza che allora non sapevo di aver preso: è stato quel weekend a farmi venire in mente che i giri si potevano raccontare. Che la passione per la moto e quella per organizzare i viaggi, per me, per gli amici, per chiunque abbia voglia di vedere posti che non stanno nelle liste, potevano stare nello stesso spazio.

Un anno dopo, quella cosa ha un nome ed è questo blog che state leggendo.

Soste di pietra — Le torri di San Gimignano

I fatti, da cui partire: le torri, qui, erano un modo di misurarsi. Più era alta la tua, più contavi. Nel periodo d’oro del Comune se ne contavano settantadue fra torri e case-torri; nel Cinquecento ne restavano venticinque, oggi ne restano quattordici.

A un certo punto la gara è sfuggita di mano, e nel 1255 uno statuto vietò ai privati di costruire più in alto della Torre Rognosa, la torre del palazzo del Podestà, che sfiorava i cinquantadue metri. Le due famiglie più potenti della città, i ghibellini Ardinghelli e i guelfi Salvucci, nemiche su tutto, tirarono su ciascuna due torri gemelle ai lati opposti della piazza. E le fecero più alte del consentito lo stesso.

Oggi quelle quattro torri misurano circa la metà di com’erano. Sul perché, le versioni non coincidono: qualcuno narra che furono tagliate per punizione, ma le riduzioni di cui resta traccia arrivano molto più avanti nel tempo e per ragioni di sicurezza. Una delle torri dei Salvucci crollò nel 1439; una di quelle degli Ardinghelli restò intera fino al 1870, quando venne abbassata perché instabile. La “Rognosa”, invece, il nome se l’è preso dopo: quando il Podestà si trasferì nel palazzo nuovo, la vecchia torre diventò un carcere. Si racconta che il soprannome venga proprio da lì, dalle “rogne” di chi ci finiva dentro.

Una gara a farsi vedere, insomma, durata secoli. In una città che oggi viene visitata più o meno per lo stesso motivo. Fra i borghi toscani che si trovano in tutte le guide, io preferisco questo a Volterra. Ma lo preferisco in certe ore e non in altre. Quando la piazza si svuota un po’ e si prende un vicolo laterale, San Gimignano torna a essere un paese: portoni, panni stesi, qualcuno che parla da una finestra all’altra. È una cosa che in Italia sta diventando più rara, e non è colpa di nessuno in particolare, è solo che i posti belli si consumano se ci passiamo tutti nello stesso momento.

Poi si alzano gli occhi e ci si ricorda che quelle torri sono state costruite apposta per essere guardate.


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