Questa volta siamo partiti il sabato mattina, non il venerdì sera. Non è un dettaglio tecnico: è che avevamo bisogno di dormire, e di sistemare due o tre cose prima delle vacanze. Partire un giorno dopo significa avere meno tempo e più testa. Abbiamo scelto la testa.

Alle nove eravamo fuori Pisa. In programma il Passo della Futa in moto, e un appuntamento a metà mattina.

In breve

L’appuntamento alla Lastra

Alle 11.15 circa, al distributore della Lastra alle porte di Firenze, c’era Rino ad aspettarci.

Rino lo conosco da prima di sapere cosa vuol dire conoscere qualcuno: siamo nati nello stesso ospedale a tre giorni di distanza. Adesso vive e lavora a Firenze, ha una Moto Guzzi V85TT, e quando gli abbiamo detto che saremmo saliti verso la Futa ha risposto che ci veniva.

L’idea era ambiziosa e semplice insieme: fare la SS65 tutta, dall’inizio alla fine, fino alle porte di Bologna.

Il Passo della Futa in moto, e il timore sbagliato

Ero agitata. La SS65 della Futa è il regno di chi le curve le cerca, di chi ci va per il gusto di farle e, ormai lo sapete, per me sono la cosa più difficile da affrontare. Mi ero fatta l’idea di una strada che mi avrebbe messo alle strette.

E invece, l’asfalto è ottimo, la strada tenuta benissimo, e le curve, che sono tante, e continue, una dietro l’altra senza tregua, sono larghe, leggibili, affrontabili. Non ti chiedono niente che tu non possa dare.

Ho fatto comunque la cosa più utile che avevo a disposizione: ho mandato avanti Rino e Francesco. Loro davanti, io dietro, in un mondo di ginocchia a terra e di velocità rincorse, finalmente libera di andare alla mia. Ed è stato lì, da sola con la strada, che mi sono accorta di stare applicando davvero le tecniche che Francesco mi manda su YouTube e che fino a quel momento erano rimaste teoria: la testa che va a baciare lo specchietto e lo sguardo verso la traiettoria di uscita, il corpo che si sposta a destra e a sinistra per accompagnare la curva invece di subirla.

Mi aspettavano poco prima del passo. Sono arrivata a breve distanza da loro, il che vuol dire che, alla fine, così piano non ero andata.

Al Passo della Futa una sosta caffè, corta. Poi via, verso la Raticosa.

Su queste strade ti supera gente che va molto più forte di te, ed è normale: è casa loro. Il problema non è la strada, è avere qualcuno davanti al quale senti di dover stare dietro. Se viaggi in gruppo, chiedi di passare per ultima e datti un punto di ritrovo, un passo, un bar, un bivio. Cambia tutto: smetti di guardare la moto davanti e inizi a guardare la curva.

Due cose pratiche che valgono per tutto l’Appennino d’estate: il temporale del pomeriggio è quasi un appuntamento fisso, quindi l’antipioggia sta nella borsa anche se la mattina è limpida; e la domenica i passi sono molto più affollati del sabato. Noi siamo saliti di sabato e si viaggiava bene.

Il crocevia della Raticosa

Non ero mai stata da queste parti, e non mi aspettavo che il passo fosse, prima di tutto, un incrocio. Alla Raticosa arrivano tre strade: quella che sale da Firenze (quella che avevamo appena fatto) e due che scendono verso l’Emilia-Romagna, una in direzione Monghidoro e una verso Monterenzio. Noi avremmo preso la prima; la seconda l’avremmo scoperta il giorno dopo, per sbaglio.

È il punto in cui, di fatto, passano tutti. Chi arriva da Firenze, chi scende da Bologna, chi sta facendo il giro largo. E lo Chalet Raticosa al valico accoglie chiunque, con una cucina abbastanza varia da mettere d’accordo un gruppo intero. Noi ci siamo buttati su taglieri e una focaccia ripiena.

La sosta breve è diventata un pranzo lungo. Con Rino c’erano da recuperare anni interi di aggiornamenti, e in mezzo agli aggiornamenti sono usciti i racconti vecchi, quelli che si tirano fuori solo con chi c’era. Siamo ripartiti alle tre. Rino ha fatto ancora qualche chilometro con noi, poi ci ha salutati e ha ripreso la sua strada. Io e Francesco siamo rimasti con la nostra missione: finire la SS65.

Moto parcheggiate allo Chalet Raticosa al valico

Dieci minuti sotto una pensilina

È subito dopo Monghidoro che ci ha preso il temporale. Ci siamo infilati sotto la pensilina di un distributore, dove c’era già un gruppo di ragazzi in tenuta da cross, di quelli con l’entusiasmo che non si abbassa nemmeno sotto l’acqua. Abbiamo diviso dieci minuti di pioggia, poi il temporale estivo ha fatto quello che fanno i temporali estivi: è finito quasi subito, e il sole è tornato fuori da dietro le nuvole senza chiedere permesso. Non ci siamo bagnati. Neanche un po’.

L’asfalto che fumava

È stato sulla strada verso Pianoro, poco dopo, che gli occhi si sono riempiti di meraviglia.

L’asfalto di luglio era ancora caldo, la pioggia appena finita, e il sole ha ricominciato a battere. E la strada ha iniziato a fumare; un vapore basso, che si alzava dal grigio a ondate e ci stava davanti come una cosa viva. Ci siamo fermati sul ciglio a guardarlo. Non c’era altro da fare che quello: stare fermi, in mezzo a una strada che evaporava, in un pomeriggio che dieci minuti prima era un temporale.

È il momento che mi sono portata a casa da questo weekend. Non le curve, non i passi: quello.

Ca’ del Brado, e poi l’arrivo alla base per la notte

La SS65 l’abbiamo finita. Alle porte di Bologna ci siamo fermati al Birrificio Ca’ del Brado, dove ci siamo meritati una birra spillata a pompa, che è esattamente come piace a noi. Poi siamo tornati indietro verso Monghidoro, alla nostra base per la notte.

Agriturismo “La Cartiera dei Benandanti”. Un casale in pietra ai piedi di un piccolo torrente, in un posto che ha qualcosa di sospeso. Questa volta ha organizzato tutto Francesco, e la scelta non è venuta da una ricerca: c’era stato ospite un paio di settimane prima per lavoro, il luogo e i gestori gli erano entrati sotto pelle, e ha voluto portarci anche me.

Cena in giardino: antipasto misto, lasagna, tortelli, crescentine, dolce della casa. E la colazione, la mattina dopo, all’altezza del resto.

La sera c’era il concerto dei Bakivo, un trio bolognese: Sara D’Angelo alla voce, Luca Cremonini alle chitarre, Nicola Govoni al contrabbasso. Il nome viene dalle prime sillabe di quello che portano sul palco: basso, chitarra, voce. Il loro slogan è “vita che suona bene”, che a sentirli è una descrizione precisa e non uno slogan. Pop curato, jazz, bossa nova. Atmosfere rétro che a me hanno fatto pensare a un bistrot francese, a un tempo che non ho vissuto. Nel 2023 hanno pubblicato un album che si chiama Appunti di viaggio: sentirlo dal vivo in un giardino di montagna, alla fine di una giornata così, aveva un che di ordinato.

La domenica, e tutte le strade della Raticosa

Ripartiti la domenica dopo colazione verso San Marcello Pistoiese, il navigatore ha sbagliato. L’errore ci ha rimandati su alla Raticosa dalla strada di Monterenzio, quella che il giorno prima avevamo solo guardato. Alla fine possiamo dire di averle fatte tutte, le strade che portano lassù. Siamo riscesi da Monghidoro e da lì abbiamo imboccato la direzione di San Marcello.

Quella è stata la parte più impegnativa del weekend, ma non per le curve. La strada si arrampica sull’Appennino, attraversa boschi in cui l’unica presenza umana sono paesini minuscoli, aggrappati alla montagna. E in diversi tratti non c’è neanche il guardrail. L’altezza è l’altra cosa che mi mette sul filo, quella che se ci penso mi irrigidisce e quindi non ci ho pensato: ho tenuto la concentrazione su dove mettevo la moto, curva per curva, finché non abbiamo imboccato la Porrettana.

A San Marcello Pistoiese, sosta all’Enoteca Quintovizio. Poi la strada di sempre, quella che da Bagni di Lucca scende a Pisa passando da Borgo a Mozzano, che a questo punto dell’estate conosciamo a memoria, come le colline che ci avevano riportati a casa da Peccioli e Sassetta.

Il conto della lentezza

Ero partita convinta che la Futa e la Raticosa fossero strade per qualcun altro. E invece:420 chilometri in due giorni, e nessuno fatto per arrivare prima. Abbiamo trovato strade larghe, tenute bene, che ti lasciano andare al passo che scegli. Il traffico veloce ti supera e va per la sua strada, e tu resti lì a fare la tua. Non c’è niente da dimostrare a nessuno, su un passo; è una cosa che pensavo di sapere e che ho capito solo mandando avanti gli altri due e restando indietro da sola.

La SS65 dall’inizio alla fine invece della tangenziale, la Raticosa presa tre volte da tre strade diverse, la Porrettana al posto dell’autostrada. Un caffè diventato un pranzo lungo e un temporale che ci ha fermati dieci minuti: due ritardi che sono poi le due cose che mi restano. È sempre la stessa scelta, l’anello invece dell’andata e ritorno, la secondaria invece della superstrada, perché il viaggio comincia dove si smette di avere fretta.


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