Come scelgo dove andare quando l’estate non lascia scampo. Senza sveglie all’alba, senza rinunciare alla domenica.

Il consiglio che si legge ovunque, quando si parla di andare in moto con il caldo, è: parti presto. Alzati all’alba, fai i chilometri nelle ore fresche, torna prima che il sole picchi troppo forte. È un buon consiglio. È anche il modo più sicuro per non partire mai, se la domenica è l’unico giorno che hai e hai voglia di dormire.

A luglio siamo partiti da Pisa verso le dieci e mezza. Con calma, senza sveglie, senza il senso di colpa di chi è in ritardo su una tabella che non esiste. Siamo arrivati al fiume a mezzogiorno (l’ora peggiore della giornata) ma sotto gli alberi non se ne accorgeva nessuno. Perché la cosa che conta davvero, quando fa caldo, non è a che ora parti.

Quello che ho imparato all’imbocco dell’autostrada

L’anno scorso, a giugno, siamo andati a Firenze e poi su verso Bologna, per una mostra. Eravamo partiti verso mezzogiorno: l’ora sbagliata, ma allora non lo sapevo ancora. Ci siamo infilati in autostrada nel primo pomeriggio e ci siamo fermati lì.

Fermi in mezzo ai camion, con l’asfalto che bolliva sotto e il motore che scaldava dentro, senza aria che passasse da nessuna parte e senza nessun posto dove andare. Non c’era una manovra da fare, non c’era un’uscita: c’era solo da aspettare. È il ricordo più sgradevole che ho di tre anni di moto, e non c’entra niente con le curve o con la velocità.

È da quel giorno che l’autostrada, quando c’è un’alternativa, non la facciamo più. Non è solo una scelta “romantica”: le secondarie d’estate sono semplicemente più vivibili. Ci si muove, ci si ferma quando si vuole, e se il sole picchia troppo si cambia direzione. Il caldo vero, in moto, non è la strada aperta. È stare fermi.

In moto con il caldo: l’acqua, o la quota

Da allora, quando il termometro decide l’itinerario al posto mio, le strade da percorrere restano due.

Salire di quota, che è la soluzione ovvia: sopra i mille metri l’aria cambia davvero, e da queste parti non serve mezza giornata per arrivarci. L’Abetone è lì, e la Garfagnana verso il Passo delle Radici è una zona che d’estate respira. Ci sono stata con Francesco, ma non ancora con la mia moto, ed è uno dei giri che ho in lista. In quota però il pomeriggio ha le sue regole: sui passi dell’Appennino il temporale estivo è quasi un appuntamento fisso, e l’antipioggia sta nella borsa anche quando la mattina è limpida.

Oppure seguire l’acqua, che è quella che uso di più, perché costa meno fatica. Un fondovalle con un torrente accanto sta all’ombra buona parte della giornata, la temperatura scende di qualche grado senza arrampicarsi e alla fine della strada c’è un posto dove metterci i piedi dentro.

In moto con il caldo: il canyon del torrente Lima oltre Bagni di Lucca
Il canyon della Lima

Perché una strada fresca senza una meta è solo una strada, e prima o poi dalla moto devi scendere.

Vestirsi al contrario

C’è una cosa che va contro l’istinto, e la dico perché ci ho messo un po’ a capirla: togliersi roba di dosso non serve a stare più fresca.

D’estate porto una giacca con protezioni traforata, con dentro la parte impermeabile che tolgo e rimetto solo quando fa freddo. Pantaloni lunghi, mai i pantaloncini, ma di un tessuto che traspira. Guanti estivi. Sembra un modo di soffrire di più: in realtà l’aria passa e la pelle non prende sole diretto per ore, che è la cosa che ti finisce addosso davvero.

L’altra cosa è l’acqua che non ti accorgi di perdere. In moto il vento asciuga tutto, non hai la sensazione di sudare e quindi non ti viene sete. Ma il liquido se ne va lo stesso. Bere a ogni sosta anche senza averne voglia è la regola più noiosa che conosco, ed è quella che salva la giornata.

A luglio, oltre Bagni di Lucca

Da Pisa si imbocca il Foro (la galleria del Monte Pisano, che qui chiamano tutti così) e si sbuca dall’altra parte. Ci sono quattro tornanti che sono stati i primi con cui mi sono scontrata quando avevo appena preso la moto, e che oggi faccio serenamente: sono larghi, non chiedono niente di speciale. Ma me li ricordo bene.

Poi Lucca, la Via Nazionale che passa dentro Ponte a Moriano, Borgo a Mozzano, dove c’è il Ponte del Diavolo, che è una storia a parte e prima o poi ve la racconto, e da lì la SS12.

Dopo Bagni di Lucca comincia la parte buona. La strada costeggia il torrente Lima ed è la stessa che sale all’Abetone: più guadagna quota, più diventa ombreggiata. Asfalto buono, curve larghe, niente di impegnativo.

Un’attenzione, però, che nelle giornate calde vale più di ogni altra cosa: le auto parcheggiano lungo la carreggiata per raggiungere i vari accessi al torrente, e la strada si restringe senza preavviso, spesso in curva. Non è il tratto dove distrarsi.

Noi lasciamo le moto in uno slargo a bordo strada, all’altezza dell’Oratorio di San Rocco, dov’è l’ingresso al base camp del Canyon Park. Lo spazio è piccolo ma per due moto è perfetto, e da lì si cammina pochissimo.

Non fermarti alla prima spiaggia

Ora, se da tutto questo devi portarti via una cosa sola, portati via questa.

La prima spiaggia è quella che trovi subito, ed è quella dove vanno tutti. L’anno scorso ci eravamo fermati lì e c’era la calca: arrivi, guardi, ti sistemi dove capita. Quest’anno abbiamo fatto una cosa che avevamo solo visto fare ad altri: abbiamo continuato a camminare.

Poco oltre si arriva a una piccola spiaggia libera, con lo spazio per sedersi e stendersi e l’ingresso in acqua vicino a una cascatella. Ancora un po’ più avanti c’è l’area attrezzata del Canyon Park, quella del sup, che è il punto in cui il sentiero finisce. Quando siamo arrivati c’erano quattro o cinque persone in tutto. Dieci minuti di cammino dal parcheggio, in tutto.

La piccola spiaggia libera sul torrente Lima con la cascatella

Dieci minuti che cambiano la giornata.

L’accesso all’acqua è di ghiaino e poi massi grandi, quindi la cosa giusta da portare sono le scarpette da scoglio. Io ci vado sempre con le infradito, ma di quelle col laccetto dietro al tallone, perché senza, sui massi bagnati, non sto in piedi.

Abbiamo mangiato sulla riva cose semplici, preparate la mattina stessa e portate da casa, con l’acqua tenuta in fresco dentro il fiume. Siamo ripartiti alle quattro e mezza, che faceva ancora molto caldo, e prima di rientrare ci siamo fermati per un gelato. Che è il modo giusto di chiudere una domenica così.

Si parte lo stesso

Non ho trovato un trucco per andare in moto con il caldo senza sentirlo. Il caldo c’è, e a luglio in sella si sente eccome. Quello che ho capito è che si può smettere di combatterlo e cominciare a girargli intorno: scegliere una valle invece di una pianura, una provinciale invece di un’autostrada, camminare dieci minuti in più invece di fermarsi dove si sono fermati tutti.

Se anche tu guardi il termometro la domenica mattina e pensi che tanto non ha senso uscire, prova a cambiare la domanda. Non “a che ora parto”, ma “dove vado”. La sveglia lasciala dov’è.

Questo è il mio modo di gestire il caldo, non un manuale. E soprattutto: il fiume non è una piscina. Le portate cambiano con le piogge, i fondali non si vedono, e un punto tranquillo a luglio può non esserlo dopo un temporale. Guarda l’acqua prima di entrarci, non fidarti di com’era l’anno prima, e non tuffarti mai dove non hai controllato il fondo. Se hai dubbi su come affrontare il caldo in sella, prendi farmaci o hai avuto problemi di pressione, parlane con chi ne sa: un istruttore, i ragazzi della tua officina, il tuo medico. La sicurezza viene prima di qualsiasi consiglio letto su un blog. Compreso il mio.


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