
Il Monte Serra l’ho sempre visto da sotto. Un gigante adagiato sulla pianura di Pisa, lì all’orizzonte da qualsiasi parte tu ti giri, talmente presente che a un certo punto smetti di guardarlo.
Sabato 12 settembre sono salita sul Monte Serra in moto per la prima volta, alla guida della mia. Quarantasei chilometri in tutto, andata e ritorno, partendo da casa. Un pomeriggio. E in quel pomeriggio abbiamo fatto due volte la stessa curva ma con una prospettiva tutta nuova.
In breve
Il monte Serra in moto comincia da una strada stretta a Calci
Da Pisa si esce dalla parte di Cisanello, si prende la Vicarese e in un quarto d’ora si è a Calci. Dieci chilometri in tutto: il tempo di scaldare il motore e sei già ai piedi del monte.
Poi c’è il paese vecchio. La strada attraversa Calci e comincia ad arrampicarsi verso i Tre Colli, e a un certo punto si stringe. Sale accanto al torrente Zambra, fra i muri delle case, e diventa quel tipo di passaggio in cui se ti fermi devi ripartire in salita, e se arriva qualcuno dall’altra parte uno dei due deve trovare un modo.
È esattamente la situazione che temo di più, e non in astratto. Qualche settimana prima siamo passati di lì con Francesco alla guida e io seduta dietro, e ci siamo trovati incastrati: nessuno poteva più andare da nessuna parte. Siamo dovuti scendere dalla moto e spostarla, le auto che scendevano avanzavano a due all’ora, quelle che salivano dietro di noi si sono accostate come potevano, ed è stato tutto un giro di incastri finché la strada non si è sbloccata.
Sabato, mentre ci passavo con la mia moto, ho solo trattenuto il respiro e sperato che non venisse giù nessuno. Perché questa volta ero io a guidare, e non sapevo se sarei riuscita a ripartire in salita o a spostare la moto per far passare gli altri.
Sarà stata l’ora, sarà stato il giorno, sarà stata fortuna: né salendo né scendendo abbiamo incrociato qualcuno.

Il crinale
Superato il paese la strada si apre, e da lì in poi è tutta un’altra cosa. Si sale sul crinale, il bosco si chiude sopra la testa e poi si riapre, e quando si riapre la valle è tutta lì sotto.
Io quel panorama lo guardo sempre con un po’ di sospetto. Non è che soffra di vertigini, ma l’altezza in moto, quando non c’è un guardrail vero, mi fa tremare un pochino. Quindi, salendo, ci ho buttato giù un occhio distratto e sono tornata subito alla strada.
Un confine che non sapevo di attraversare
Il ristorante lungo la SP56 si chiama I Cristalli 635. Il numero è la quota: seicentotrentacinque metri, scritti nell’insegna come una dichiarazione.
Più avanti c’è il bar ristorante I Cugini di Montagna, nella frazione Monte Serra, e poco oltre si arriva a Santallago, che non è più provincia di Pisa ma di Lucca. Ventitré chilometri da Pisa, e avevo già cambiato provincia senza essermene accorta.



IL CONSIGLIO
Se fate il Monte Serra in moto, il tratto stretto nel paese vecchio di Calci è l’unica difficoltà vera di tutto il giro, e conviene saperlo prima di trovarcisi. Non è questione di guida: è che se incrociate qualcuno proprio lì, non passa più nessuno dei due finché non vi organizzate tutti insieme. Due cose aiutano davvero. Scegliete l’orario: evitate la domenica a mezzogiorno e gli orari di maggior transito. E non attaccatevi a chi vi precede, così se si ferma avete lo spazio per fermarvi anche voi senza restare impiccati in salita.
Si può salire anche da altri versanti, ma io ho fatto solo questo, e non vi consiglio una strada che non conosco.
La discesa
Siamo scesi dalla stessa strada. Nessun anello, nessuna variante: su e giù, come si fa quando il giro è corto e non c’è niente da dimostrare. Salendo, in una curva fra I Cristalli e I Cugini di Montagna, Francesco mi ha indicato una cosa al volo. Ho guardato, ho visto qualcosa, e sono andata avanti. Scendendo ci siamo fermati. Siamo scesi dalle moto e siamo andati a vedere.

E poi, risaliti in sella, mi sono girata verso la piana. Stavolta l’ho guardata davvero. Da questa parte d’Italia il sole tramonta proprio in mezzo al mare. Non era ancora l’ora, mancava parecchio, ma in quella giornata di settembre il sole si specchiava nell’acqua e il riflesso sulle onde lo faceva brillare come tanti lumini accesi.
Il Monte. Francesco davanti. La moto sotto di me. Pisa in lontananza con la piazza dei Miracoli. E in fondo la profondità del mare.

Il conto della lentezza
Quarantasei chilometri in tutto e un pomeriggio, che per un Percorso sono praticamente niente. Nessun passo, nessun confine regionale, nessuna notte fuori.
Nel pezzo sulla Raticosa avevo scritto che è sempre la stessa scelta: l’anello invece dell’andata e ritorno. Questa volta no, ed ho capito a cosa serve tornare indietro da dove si è arrivati. Salendo guardi la strada, perché ti serve per guidare. Scendendo guardi tutto il resto.
Le cose che stanno ai margini si vedono solo in un senso, e solo se vai piano. Non solo le sculture: anche la piana, che salendo avevo sfiorato con un’occhiata e scendendo mi ha travolta. E la cosa più strana è che Francesco quelle sculture le aveva già viste, tanti anni fa, senza mai chiedersi cosa fossero. Capita a tutti con le cose del cortile di casa: ci passi davanti abbastanza volte da smettere di vederle. Ogni tanto bisogna fermarsi e rimparare quello che sta vicino.
Soste di pietra — Le sculture di Franco Caturegli



I fatti, da cui partire: nei primi anni Settanta due scultori dilettanti, Franco Caturegli di Cascine di Buti e Pierino Palotti di Vicopisano, cominciarono a trasformare i massi lungo la strada del Monte Serra, a colpi di scalpello e martello. Palotti ne fece due, figurative, in alto sulla curva dove parte il sentiero per il Sorbo, lavorandoci due estati. Caturegli andò avanti dieci anni, dal Settanta ai primi anni Ottanta, e le sue sono quelle astratte lungo la strada che dalla curva per il Sorbo scende verso Prato a Calci.
Caturegli faceva il barbiere a Cascine di Buti. Le sue passioni erano la storia, l’astrologia e le conquiste spaziali, e nelle sue opere si ritrovano le costellazioni, gli astronauti, e richiami all’arte etrusca e a quella dei Maya e degli Aztechi. Sono tutte realizzate a incisione o a bassorilievo, e diverse sono collocate a parecchi metri d’altezza: un lavoro faticoso, a volte pericoloso. Diceva che la scultura rupestre la praticano in pochissimi, e che bisogna fare prima il disegno, poi il bassorilievo, e penetrare piano piano nella roccia. È morto nel luglio del 2019, a settantanove anni.
Quelle che abbiamo fotografato noi sono le sue. Si vedono stelle, la parola Andromeda incisa nella pietra, e dei volti che a me sono sembrati extraterrestri ma che potrebbero tranquillamente essere astronauti dentro un casco, oppure maschere mesoamericane. Non lo so, e credo che non abbia neanche così tanta importanza.
Un barbiere di paese ha passato dieci anni a scolpire galassie sui massi sopra casa sua. La cosa più lontana che esista, incisa nel posto più vicino che aveva. E noi ci siamo passati davanti tantissime volte, senza che io me ne accorgessi mai.
— Kiki & Francesco, più le due Royal
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